Mommy

Poco tempo fa, ho avuto l’occasione di vedere “Mommy”, film uscito nel 2014 e premiato dalla giuria al festival di Cannes.

Uno di quegli incontri, dove solo il giorno dopo ti domandi se forse non sarebbe stato meglio se non fosse mai avvenuto. Un film in cui si alternano scene in grado di condurti dalle note di una esaltazione euforica fino a confrontarti al più desolante senso di disperazione.

Si tratta del rapporto tra una madre e un figlio. Lei, donna dura, arcigna, provata dalla serie di fallimenti della vita professionale e amorosa, sempre esposta alla precarietà di una vita senza garanzie.

Lui, ragazzo adolescente, affetto dalla sindrome di disturbo attenzionale oppositivo provocatorio, diagnosi che non dice assolutamente niente, se non di un ragazzo esposto alla stessa precarietà della madre, esposto allo stesso futuro incerto.

Il film è girato in formato di 4:3, scelta del regista inusuale quanto geniale. Si respira, infatti, il dramma di un rapporto confinato in uno spazio angusto, dove solo il sogno della madre di vedere realizzato un futuro per il proprio figlio si apre al consueto formato dei 16:9.

Per i resto sarà il formato di 4:3 a confinare il campo visivo dello spettatore su di uno sguardo parziale, insufficiente a cogliere lo sviluppo della scena. Alla stessa stregua dei due protagonisti, dove l’amore folle che li lega, non riesce mai a disvelarsi nella sua vera natura di un amore impossibile. Quell’amore che pretende di Due fare Uno, fino a cercare di inglobare nello stesso elemento, i diversi sembianti in cui si declinano i diversi rapporti di amore: madre/figlio, uomo/donna. Aspirazione folle dell’Uno fusionale.

Per il ragazzo questo riconoscimento è precluso e lì per lui si gioca il suo dramma. Per la madre la questione rimane aperta fino alla sua ultima decisione di rimettere il figlio in una struttura specializzata nel trattamento del suo disturbo comportamentale. Scelta di una madre responsabile, una madre arrendevole o di una donna ferita nel suo amore e devastata?

Per il ragazzo la questione non si pone. Colta l’occasione di liberarsi dalla camicia di forza, si precipita verso la prima via di fuga a disposizione, una finestra in fondo al corridoio.

A questo punto lo spettatore è preso da un dubbio. La corsa del ragazzo verso la fuga, viene improvvisamente interrotta dal regista, con la fine improvvisa del film.

Il ragazzo riuscirà a tornare a casa oppure incontrerà la morte in una fuga precipitosa, dalla finestra?

Il regista, nella sua scelta di chiudere il film in questo modo imprevisto, ci offre già una possibile lettura.

Non importa quale sarà il finale. In ogni caso, il soggetto è destinato ad eclissarsi nell’Uno verso cui corre disperatamente.

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