La vita di Adele, lo smarrimento femminile
Spesso sentiamo parlare della “vita di Adele”, come di un film che mira all’eccesso della trasgressione per suscitare nello spettatore un affetto carico di scabrosità, di fascinazione allo stesso tempo attrattiva ma disgustosa. Intento del regista non è che quello di colpire duramente il telespettatore. Sorprenderlo nello sguardo di un mondo femminile, nascosto, sotterraneo.
Ma se guardiamo con occhi diversi questa pellicola senza soffermarci esclusivamente su alcune sue istantanee, ci accorgiamo che, in fondo, non fa che parlarci del possibile senso di smarrimento, solitudine, in cui viene come risucchiato il femminile in alcune contingenze particolari.
Non si tratta della vita di Adele, ma dell’esperienza del femminile che Adele, incontra in quanto tale.
Smarrita, assente a se stessa e alla propria esistenza, questo incontro la folgora, la risucchia, la segna irrimediabilmente. Se il regista non indugia nel riprendere scene sul sesso è perché per Adele, questo incontro avviene nel corpo e non come erroneamente si potrebbe credere nell’amore.