La sindrome di Narciso sul volo della morte

Andreas, suicida e boia
la sindrome di Narciso
sul volo della morte

Questo il titolo dell’articolo sulla repubblica di oggi, di un noto psicoanalista lacaniano, Massimo Recalcati.

L’articolo non mira a rispondere a delle domande, che molti di noi si pongono, rispetto a che cosa possa essere passato nella mente di questo uomo inquietante.

Impossibile poter ricostruire le motivazioni, le premeditazioni, le angosce che hanno spinto nel baratro 150 persone.

Ma quello che non si deve trascurare è l’orrore del suo atto.

Recalcati introduce, a titolo di spiegazione, la sindrome di Narciso:”Egli si uccide decidendo di uccidere altre vite perchè ritiene che tutto il mondo si esaurisca nel proprio Ego….Se io non sono nulla neanche il mondo deve essere nulla.”

Recalcati ci introduce al potere mortificante del fondamento narcisistico, su cui può sostenersi il soggetto. Narciso attratto fatalmente dalla propria immagine riflessa nello specchio dell’acqua, cade nel ruscello e trova la morte.

Non esiste alterità. Lì dove la propria vita finisce, ingloba il mondo circostante, trascinandolo con sè, alla velocità di 700 km/h contro le montagne.

Non esistono bambini con vite ancora da vivere, padri ansiosi di rincontrare le proprie famiglie, donne innamorate in attesa di un abbraccio.

Niente di tutto ciò. Tutto questo non è altro che un prolungamento egoico del soggetto in questione. Prolungamento inerte, ombra fantasmatica, rumore silente.

Nella sua folle ambizione di potersi fabbricare un nome temprato all’erosione del divenire storico, Lubitz premedita il suo atto:”La sola causa che conta in Occidente rischia di essere quella solitaria della affermazione del proprio Ego”.

Premeditazione che riscontriamo , in altri folli atti suicidari preceduti da omicidi più o meno eclatanti.

“Il proprio odio per la vita non poteva fare superstiti”.

Ma se queste ombre mutaciche, svaniscono, una volta oscurati i raggi di luce dell’Ego di Lubitz, tra i massicci delle Alpi francesi, o piuttosto lì dove si adombra la sorgente luminosa dell’Ego di Lubitz allora è necessario far svanire le ombre da esso generate, perchè in questo orripilante gesto possiamo parlare di premeditazione?

Non troviamo forse una dissimmetria, tra il nostro Narciso che estasiato dalla propria immagine precipita nel ruscello e la premeditazione sottile, metodica, probabilmente ossessionante che ha preceduto questo gesto?

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